
STORIA di MASCHITO
CULTURA ARBËRESHË
Gli antichi e anziani mashqitanës,
con i propri parenti, con i
figli, nei loro raduni, erano molto
disciplinati, chi la sapeva più
lunga dava sfoggio di ampia e
sicura conoscenza degli argomenti,
questi conversavano con
ricchi ed esaurienti esplicazioni
e di dotti riferimenti e citazioni.
Essi si tramandavano le memorie
oralmente, la loro capacità
riteneva infinite informazioni relative
a eventi, idee, immagini,
fatti, e sensazioni; raccontavano
che il fine era quello di ricordare
e commemorare persone o fatti
nostri.
Il memorialistico si riferiva
sempre ai memoriali di notizie
e documenti di determinanti
fatti storici o comunque di rilievo. Erano dei grandi della virtù
di memorizzazione; la loro mente
era una genuina captazione.
L’operazione della mente era
quella del mandare tutto a memoria;
un processo di acquisizione
mnemonica relativo alle
nozioni acquisite e conservate
nello spirito della propria mente.
Un vero e proprio travaglio per
conservare la propria cultura e
le proprie capacità. I forestieri,
che non parlavano la nostra lingua,
pensavano (ma solo alcuni)
che il maschitano era analfabeta
ma solo per la lingua Italiana.
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R E F L E K T I M
RIFLESSIONI
SUI NOSTRI GENITORI
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MASHQÍTËS ARBËRESHË
Histori, Kronologië ki ndodhì
Storia, Cronologia degli eventi.
"Gjindë Gjorgjan"
Discendenza dei “Gjaku jonë i shprishur”
Maschito «Gjorgian,Mashqìtës, Maschito» nasce situato su di un colle chiamato Mustafà, che guarda ad oriente, verso le colline Murgie della Puglia, dove sorge ogni mattino il Sole toccando con i suoi primi raggi il bel paese di Maschito, indorando il colle e i monti ad occidente e le valli ad oriente. L'immagine del territorio raffigura una 'chiave'.
Questa figura, conduce l'immaginazione verso pensieri di forme occulte, in cui la fantasia, il pensabile riscontra il territorio come un mistero, qualcosa di dogmatico, aperto e chiuso, serve ad aprire o chiudere? una forma misteriosa, locale, che è costituita da un cannello ad oriente sul quale è applicata ad una estremità di mappa con scanalature, mentre dall'altra parte termina ad anello (è detta chiave maschio, perché il cannello è pieno, forma il paese, la parte territoriale, è formata da scanalature ed intagli <vallate e corsi d'acqua> attraverso cui si introduce la chiave).
Le chiavi sono simbolo di autorità: consegnare le chiavi della città, segno di sottomissione ad un atto d'onore, al vincitore, simbolo di un sovrano: Re Alfonso che dona le chiavi ai suoi valorosi e vincitori (l'esercito arbëresh). Ma serve anche ad altro: indovinello o mezzo che permette di conseguire un determinato fine (peranalogia con le chiavi che danno la possibilità di entrare in un luogo) - visto occultamente, si presenta come un segno particolare, di origine alfabetica (come nelle note musicali), che si appone al rigo vocale, musicale per determinare il valore; o per indicare il particolare aspetto o carattere o punto di vista. Molti sono i misteri della forma del territorio, ma ancora di più il punto esatto della ubicazione di Maschito che indica con chiarezza il punto maschio della chiave, e questi nobili cavalieri inviati del re, sono tutti maschi.
Alcuni dotti pensavano negli anni quaranta, che 'la chiave del mistero' era nell’ arcaico linguaggio, che nasconde molti lemmi, verbi e parole sconosciute, intraducibili in linguaggio moderno. Ai vecchi tempi, 'Hòra jòna' Masqítës, oltre al dotto anziano dirigente per eccellenza di intelletto, c’erano anche anziani che dirigevano i lavori comuni, le costruzioni di case e strade, i comitati per le feste, per le fiere o altre manifestazioni del paese; c'era il prete ortodosso e quello cristiano. Ogni sera in piazza c'era l'astrologo che spiegava le manifestazioni del tempo, all'insieme di uomini che lavoravano i campi, seduti ai tavoli davanti alla sede del comitato, odierna Piazza dei Caduti, dove contadini e braccianti, specie nel periodo dei raccolti, attendevano di sapere come sarebbe stato il tempo all’indomani! Dai primi tempi nella famiglia dei Volpe c'era questo studioso di cultura, di stelle e dei movimenti della Luna. Esiste un racconto da oltre due secoli che parla dell'astrologo con il soprannome "hánjaveshët", ossia mangiaorecchio.
Si racconta che in un momento di grandi bevute di vino Aglianico e festeggiamenti, spinto dalla moglie fece un pronostico meteorologico favorevole. Il mattino seguente al risveglio, purtroppo il cielo era nero e pioveva da non poter andare nei campi, l'allora 'Gjón Volpe' divinatore, constatato l'errore nel pronostico della sera precedente, giratosi nel letto, sgridò la moglie 'Mëría çë kam paqì unë' - Maria cosa mi hai fatto dire! ma ella gli rispose scocciata e malamente, aggiungendo <così (la festa, la serata) non sarebbe finita male, poiché i mietitori si sarebbero rattristati...>, ma Gjón s'imbestialì per la sua bugia... 'unë një arbëresh!, o jo!', io un arbëresh che ho fatto, ho spergiurato!, e avventatosi sulla sposa all'altro lato del letto, gli strappò un orecchio con i denti, la metà del sinistro.
Per questo fatto fu soprannominato "hánjaveshët - Mangiareqë ", lo stregone 'mangia orecchio'. Fino al 1947 c’era solo uno stradone in terra battuta tra Venosa e Maschito, largo da una decina ad una quindicina di metri; esso serviva per i carri (trajín), e cavalieri, ed infine per il passaggio dei greggi, di cui allora abbondava la zona. Del territtorio Colle Mustafà, Casale di Venusia, si ricorda sin dai tempi di Orazio Flacco, duemila anni or sono, era 'Castrum romanum'; nella storia, le prime permanenze del territorio risalgono al neolitico antico, lungo i corsi d'acqua o sulla cima delle colline, monte Caruso, monte Calvello; poi appartenne ai Romani, di cui si raccontano molte storielle antiche... una fra le quali racconta che i Romani che tornavano dal Medio Oriente, dal Libano, dall'Egitto, portando i prigionieri a Roma, lasciavano le bambine nel Castrum, dove venivano custodite da matrone e da pochi soldati fino all'età adatta per poi inviarle a Roma come ancelle ed altro da immaginare.
Le bambine venivano istruite al dialogo latino e romanesco, introdotte al culto di far felice il futuro padrone romano, e venivano curate nella loro individuale bellezza fisica, con unguenti, foglie verdi raccolte nei boschi locali, dove il terreno vulcanico offre una rigogliosa crescita di erbe speciali; davano loro negli ultimi mesi prima di partire per Roma, 'vere edhe papagnja' - vini e decotti di papaveri, per inebriarle e farle arrivare a Roma sballate e mansuete.
Di seguito il Colle Mustafà appartenne alla chiesa romana per molti secoli, come 'casale estivo' e proprietà, della Mensa Vescovile di Venosa (Venusia) e del Priorato del Santo Sepolcro dell’ordine Gerosolomitano di Bari; fino a chè il territorio venne abbandonato dagli abitanti dopo il grande terremoto del 1456, dopo il quale restò incolto e boscoso. Il territorio semidistrutto per oltre un decennio restò vuoto e desolato a causa del sisma, e fu cosi (in breve) che venne occupato verso la fine di marzo 1467, dai circa cento uomini di nobili casate, ex soldati Arbëreshë rimasti fino all'inizio del 1467 al servizio di difesa personale del re Alfonso di Napoli.
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